Dopo la nevicata

Serramazzoni, provincia di Modena, Italia.

Poco meno di 800 metri di quota. Montagna ma non troppo. Il balcone sulla pianura modenese, la chiamavano, per via del fatto che dai suoi colli si vede, piatta come un tagliere, la pianura emiliana. E quando è limpido, dall’altra parte, si scorgono le Prealpi.

Siamo qui per passare i primi giorni dell’anno, dal 10 si tornerà in città. Si spera che nevichi, per uscire a passeggiare e magari fare anche qualche discesina col bob, che son tipo trent’anni che non uso.

E stamani apro gli occhi, sguardo fuori e… è tutto bianco!

E allora colazione rapida e via a passeggiare, che nevica ancora, tra l’altro. Neve a terra? Secondo me 7-8 cm, secondo la mia bimba 5enne 1 km. Dunque va bene così.

Dopo la nevicata, torna il sereno, o quasi. E ci sta qualche scatto dal balcone, per fissare un paesaggio che solo d’inverno.

Meglio colori o bianco e nero?

Viva l’analogico!

Spoiler: seguono banalità sulla fotografia. Vi ho avvertito.

L’avvento della fotografia digitale ha enormemente aumentato il numero di persone che scattano fotografie e che si sono appassionati alla disciplina. Lo sappiamo: la netta riduzione dei costi, la possibilità di scattare un gran numero di fotografie senza doversi portare dietro tanti rullini (nè doverli cambiare in corso d’opera), l’immediatezza del risultato con la conseguenza di poter rifare uno scatto se risultato insoddisfacente… E poi l’automatizzazione delle macchine, che consentono anche ai neofiti di ottenere risultati migliori.

Poi i cellulari. E allora scatta, scattiamo, scattate. Tutti, sempre, qualsiasi cosa. Me stesso, tu, noi, il gatto, il cane, il canarino. Ciò che mangio, dove dormo, dove vivo, dove lavoro. Quando riposo, quando fatico, quando corro. Sempre. Miliardi di foto in rete, negli hard disk, nei pc.

Anche io eh: da appassionato, ho diverse macchine fotografiche digitali. E ne riconosco la comodità. Anzi, mi diverto molto con lightroom e photoshop a “sistemarle”.

Ma ho anche un paio di macchine analogiche: una reflex e qualche giocattolo plasticoso. E devo dirlo: è tutta un’altra musica, c’è poco da fare. Prima scegli il rullino: colori o B&N, ISO, magari qualche cosa di particolare, che so, un rullino Lomography purple, che modifica i colori creando effetti surreali. E’ solo un esempio, la scelta è ampia. Poi scegli su che macchina montarlo: la reflex, per scatti più precisi e tecnicamente più corretti, o uno dei giocattoli, per divertirsi e giocare di più sul caso.

Poi cominci a scattare, ma a quel punto fai uno scatto ogni tanto, uno o due per ogni occasione, che poi il rullino finisce e le stampe costano. Centellini i click, e prima di scattare vuoi che la luce sia davvero buona, che il soggetto ne valga la pena. Il rullino dura mesi. E alla fine non ti ricordi completamente ciò che hai scattato, e va benissimo così, la sorpresa sarà maggiore.

Poi via dal fotografo, che non ho la camera oscura (almeno non ancora). E attendi trepidante. Ma davvero, la curiosità è proprio tanta.

Ti chiama, vai lì, ti dà il pacchetto. Lui le ha già viste, gli chiedi subito un feedback, che con lui c’è confidenza. Intanto apri ed estrai il plichetto.

La soddisfazione non è paragonabile al click su “esporta” dopo la postproduzione di lightroom. Un altro pianeta, completamente. Le guardi, le riguardi, ancora e ancora. La grana, la nitidezza, il contrasto, la carta che scorre sotto le dita. Le mostri, fieramente. E’ un opera di artigianato, non sono pixel. E’ arte.

E monti un altro rullino.

A Clelia, benvenuta tra noi!

Lo so, è un bello scossone.

Ci siamo passati tutti, compreso il sottoscritto, ma in pochi se lo ricordano direttamente. Anzi, nessuno, credo. Però si sa che la nascita è un trauma, un momento difficile, e bla bla bla. Ma non è che si abbiano molte alternative: ad un certo punto si esce, si deve e lo si fa. Punto. E la vera rumba comincia in quel momento, per chi ti deve crescere e per chi è appena nato/a.

Per cui preparati. La strada è tortuosa e complicata, piena di curve, di salite e discese, di accelerazioni e brusche frenate. E’ appassionante, frustrante, entusiasmante, gioiosa, triste, devastante, inebriante, appagante, deludente, e chi più ne ha, più ne metta.

C’è da dire che tu parti con qualche vantaggio.

Intanto, e la prendo alla lontana, sei nata nel paese più bello del mondo, con buona pace di chi ci vuole male. Non c’è bisogno che spieghi perchè, conosciamo tutti la faccenda del cibo, dell’arte, delle bellezze naturali, eccetera. E’ così, è il migliore, i francesi se ne facciano una ragione. E anche gli inglesi, và.

Tu poi sei ligure. Il pesto, la focaccia, ma soprattutto Fabrizio.

I tuoi li conosco il giusto, a dirla tutta: tua mamma non l’ho mai vista, ma sono certo che ti amerà alla follia, è tua mamma. Tuo papà lo conosco, invece, anche se non così a fondo. So che è un bravo ragazzo (sì, ragazzo, che è giovane, il tipetto), è un ottimo avversario in ameni giochi da tavolo, ed è un po’ matto. Ma tranquilla, lo siamo tutti, un pochino. So che lo è perchè nel tempo libero si diverte a farsi prendere a schiaffi da qualcun altro, e chiamano poi questa attività sport. Non è follia, questa? Ma cucina, e lo fa bene. E’ un vantaggio mica piccolo, credimi.

Il fratellino di papà è matto anche lui. In rete i più lo conoscono con uno pseudonimo e lo apprezzano perchè insegna loro difficilissimi trucchetti calcistici. Fa coppia con tuo papà nelle partite sopra citate, e pare che vincano, anche se io non ci credo.

I tuoi zii emiliani sono grandi, ma tanto. Potrai imparare tante cose da loro, ci saranno sempre per te, ne sono certo, nonostante la distanza.

Insomma, cominci un’avventura splendida, e con te chi ti sta intorno. Non aver paura, che hai più risorse di quante credi, e saprai sfruttarle al momento opportuno. Inciamperai e troverai braccia a sorreggerti. E soprattutto, gioirai.

Benvenuta tra noi e in bocca al lupo per tutto.

11733986784_607309c20b_o Un bel quadretto familiare. Qui c’è anche tuo papà, ma tranquilla, non è quello col coltello.

Tre Cime…con l’anello intorno

E’ da qualche anno che cerchiamo di ricavare qualche giorno per passare un po’ di tempo in montagna, a camminare, d’estate. Quest’anno, con la bimba piccola, non se n’è parlato, anche perchè, diciamocelo, non è che fossimo proprio degli atleti irreprensibili. Cioè, non siamo mica quelli che partono alle 7 del mattino, arrivano in rifugio dopo 11 ore di cammino, e il giorno dopo via di nuovo. Magari eh, lo dico con invidia.

No, noi siamo quelli che dicono che partono presto la mattina, ma alla fine sono sul sentiero mai prima delle 9… che prima c’è la colazione a buffet in hotel. E prima ancora si dorme, siamo in vacanza, eccheccaspita.

Comunque mi è tornato alla mente un sentiero che riuscimmo a completare anche noi, e – arrivo a dire – in scioltezza. Il giro delle Tre Cime di Lavaredo.

Siamo in Cadore, provincia di Belluno, Veneto: si parte dal rifugio Auronzo, si gira intorno, incontrando un paio di altri rifugi, si torna all’Auronzo. Le indicazioni parlano di 3,5 ore, noi ce ne abbiamo messe tipo 5. Mangiondo in mezzo, però. E tanto, e bene,

L’ambiente è magnifico, la camminata è adatta a tutti. Ma proprio a tutti, infatti è pienopienopieno di gente, specialmente il primo tratto.

Ma ne vale la pena, assoluta meraviglia. Un assaggio? La foto che segue.

 

tre-cime-bianco-e-nero

monochrome sunset

Le nuvole nascondono il sole durante un tramonto estivo sugli Appennini emiliani. Esce solo un tripudio di raggi di luce, ma nel controsole i colori mal si distinguono. Lontano, lo sferragliare di vecchi trattori e il rombo di automobili che sfrecciano sulla superstrada. Per fortuna, i rumori della (in)civiltà vengono quasi coperti dal frinire delle cicale. Il laghetto riflette la luce del cielo, le sue acque sono immobili. Pare un’enorme specchio.

La quiete avvolge la vallata.

Space oddity

Questo è  un piccolo omaggio al Duca bianco. Non è mai stato il mio cantante preferito, lo dico subito. Ma non si può negargli il ruolo di innovatore e creativo che ha avuto per quasi 50 anni di carriera. E poi alcuni suoi pezzi sono davvero strepitosi! Il mio prediletto è Space Oddity: l’avventura di un astronauta che, a un certo punto, perde il contatto con la Terra e vaga nello spazio. Una delle mie canzoni preferite in assoluto. E allora una foto, più un gioco che altro, per ricordare il grande David.

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Verso un altro Pianeta

Siamo partiti per un lungo viaggio. Molto lungo, e non si torna indietro. Mai più, neanche per una breve visita, nemmeno per un saluto. Dove andiamo si rimane, per sempre, perchè si va su un altro pianeta.

E’ un’esperienza del tutto nuova per noi, ma conosciamo molte persone che sono già là. Ne parlano benissimo, per lo più. Tutti ne hanno sentito parlare, molti prima o poi ci si trasferiscono, in molti provano ad andare ma poi sono costretti a tornare.

La cosa che più ci raccontano è che là i punti di riferimento sono completamente diversi da qui. Le priorità della vita si rivoluzionano, quando infine si arriva. La tua stella polare, il centro delle tue attenzioni, non è quella che si vede da qui, è completamente diversa. Si comincia a pensare e ad agire in funzione del nuovo fulcro, nulla assume più importanza di questo.

Dicono anche che all’inizio ci vuole un po’ ad abituarsi. Spesso si perde il sonno, e ciò può acuire le tensioni e lo stress. Ma poi le cose si appianano e la soddisfazione che se ne ottiene ripaga di gran lunga gli sforzi. Nessuno mi ha raccontato di essersi pentito. E’ un viaggio dal risultato sicuramente soddisfacente.

Tuttavia siamo emozionati. Il viaggio è ancora lungo, abbiamo tempo per prepararci all’idea, ma è impossibile prevedere esattamente come sarà la vita là. I racconti e le storie che si sentono sono tantissimi e molto diversi, ma tutti sono d’accordo sul fatto che bisogna esserci per capire.

E allora andiamo, godendoci il viaggio e attendendo con pazienza l’arrivo. Sarà una grande avventura, la migliore possibile.

Il nome della destinazione? “Diventare Papà e Mamma

Periodi

Ci sono Periodi e Periodi.

Durante i Periodi, tutto ti sembra andare liscio. La tua vita scorre tra risultati che raggiungi, amici ritrovati, soddisfazioni una dopo l’altra, risate, brindisi, scondinzolii di gioia e festeggiamenti.

Poi arrivano i Periodi, e tutto cambia. Improvvisamente, niente gira più. E allora giù di frustrazione, tensioni, emicranie, lacrime. Sembra tutto da rifare. E’ in questi momenti che hai un viscerale bisogno di silenzio.

E allora cammini, ti guardi intorno, ascolti, annusi, pensi…anzi no, che hai bisogno anche di silenzio della mente. Non pensi neanche. Cammini, ti lasci alle spalle scorci, cose, case, persone. Sai che le ritroverai, ma oggi no, sospendi la tua presenza nel mondo.

Standby. Pausa.

Quiete.

Silenzio.

Lago del TUrano, RIeti, Italia.
Lago del Turano, RIeti, Italia.

Una vespa per compagna di viaggio

Se c’è una cosa che proprio non mi piace della mia terra, è il clima estivo. Non ce l’ho col caldo di per sè: mi piace la comodità di vestirsi poco, il sole e la gioia che trasmette, le giornate lunghe e l’abbronzatura. Per carità. Ma in Emilia il caldo va un po’ oltre: si chiama afa. E si legge sudore, appiccicaticcio, pressione bassa, insonnia, canicola.

Quindi quando oggi sono uscito dall’ufficio, alle 14, il mio pensiero predominante era arrivare a casa, chiudercisi, per fuggire al sole filtrato da mille strati di cappa umida e inquinata. Dunque non ho molto badato a quella che sarebbe diventata la mia compagna di viaggio per circa mezz’ora: una vespa.

Che, attenzione, non era dentro all’abitacolo: era sul parabrezza. Nel centro preciso, che sembrava che avesse scelto di mettersi proprio lì dopo aver tracciato le diagonali e stabilito dove s’incrociavano.

La vespa, fotografata dall'interno dell'auto. Lei, impassibile, come una modella consumata.
La vespa, fotografata dall’interno dell’auto. Lei, impassibile, come una modella consumata.

Poi parto, che anche dentro l’auto si muore di caldo, anzi più che fuori, sebbene fosse parcheggiata all’ombra. Accendi il climatizzatore, che non basta abbassare i finestrini (e poi è bene che ciò che è fuori ci rimanga), e via, la vespa presto volerà via, probabilmente alle prime vibrazioni dell’auto.

E invece proprio no. Rimane lì. Anche quando l’auto comincia a muoversi in avanti. Anche dopo la prima curva, è lì. Non si muove, per nulla intimorita dal movimento. Ma con la velocità la difficoltà aumenta, il vento si rinforza, mica facile restare attaccati. E poi perchè intesatardirsi? Hai le ali, vola! Perchè vuoi venire con me per forza?

E invece non c’è verso, resta lì. Si puntella con le sei zampette, la metà inferiore del corpo che fa da vela, in preda al vento, per non parlare delle ali, che sbattono freneticamente agitate dall’aria, che aumenta con la velocità, 50, 60 e poi 80 e anche 100. E’ tanta l’aria a 100 chilometri orari, ma lei è lì. E non si sposta di un millimetro.

Chi ha fatto la foto? Bhè, diciamo così: ero solo, in auto.
Chi ha fatto la foto? Bhè, diciamo così: ero solo, in auto.

L’ultima parte del tragitto che mi porta a casa è quello in cui si va più veloci. Sicuramente lì non resisterà! Ma invece mi frega: non ci arriva, alla tangenziale. Dopo mezz’ora di reistenza estenuante, mentre sono fermo ad una rotatoria, abbasso lo sguardo per preparare di nuovo la macchina fotografica. Quando rialzo gli occhi, pronto a scattare, non c’è più. Ha deciso di andarsene, è arrivata a destinazione.

Neanche il tempo per un ciao.

Milano EXPO 2015 – Terzo round

Ancora un po’ di immagini dall’EXPO.

Padiglione Azerbaijan (sì, lo ammetto: ho dovuto aprire Google per esser certo di averlo scritto bene!): Molto notevole, divertente, colorato e interattivo. Si compone di tre sfere trasparenti, dentro cui il visitatore cammina e guarda, tocca, annusa. Molto scenografico. E anche le parti di collegamento meritano, se non altro per le aiuole di fiori hi-tech variopinti che si accendono se sfiorati con le mani. Non ve ne staccherete più!

Padiglione Kazakistan (qui ero un po’ più sicuro, ma ho controllato lo stesso): Bello fino a metà, strepitoso alla fine. Non so se svelarvi perchè… non ve lo svelo.

Padiglione Regno Unito: Esperienza sensoriale in mezzo ad api e uccellini. Detto così, verrebbe da pensare che è una figata. Non è così. E’ un giardino sopraelevato in cui si sentono i rumori che normalmente si sentono al parco. La parte bella è l’alveare metallico in cui si entra.

Padiglione Spagna: bottiglie appese al soffitto, rampe di legno lunghissime, piatti in tutte le pareti su cui proiettano immagini… le solite cose, insomma. Ah, e su un grande schermo il filmato del molleggiato che spreme l’uva ne “Il bisbetico domato”, audio compreso: davvero arduo non fermarsi a (ri)guardare.

Padiglione Italia: da fuori io lo trovo fantastico, ma si sa, de gustibus non est disputandum. Non sono entrato. Perchè? C’era una coda enorme (non facevano entrare in quel momento perchè aspettavano la delegazione del Turkmenistan – ah, questo l’ho controllato altrochè – con premier al seguito) e ancora troppo da vedere. Se ci torno, entro. Ma se ci torno, naturalmente, Murphy vuole che quel giorno ci saranno Obama e il Papa in visita.